DAL 1949 AD APRILIA: MARIO CAVICCHIOLI HA SCRITTO LA STORIA DELLA CITTA’

Come agente immobiliare ha fatto da intermediario con il gotha dell’industria italiana per gran parte degli insediamenti produttivi apriliani

Consigliere dal 1971 è stato il perno del successo della Bpa.                                           Oggi si racconta: “Oggi sono Mario di 85 anni ma non me li sento”

                       La famiglia   – a dx con Gaetano Margherita e Mario Strdaioli

di Riccardo Toffoli – La storia di Mario Cavicchioli si intreccia con quella di Aprilia. Agente immobiliare, è stato l’intermediario principale tra il gotha dell’industria italiana alla ricerca di nuovi insediamenti e la città nel periodo aureo dell’industrializzazione e del boom economico. È stato consigliere dal 1971, poi vicepresidente e dal 1995 vicepresidente vicario della Banca Popolare di Aprilia portandola ad una grande espansione, fino a raggiungere la bellezza di 25 filiali. Classe 1936, Mario Cavicchioli oggi ha 85 anni e continua ad amare e a vivere la sua città.

Quali sono le sue origini? “Le origini sono bolognesi. La mia famiglia era di San Giovanni in Persiceto, una realtà a 13 km da Bologna. Del mio paese mi ricordo cose belle, le amicizie dell’infanzia, ma soprattutto la guerra. Ho visto la fame nella gente. Mio padre era in Africa e rimase prigioniero. Ho conosciuto mio padre a undici anni. In tutti questi anni sono cresciuto con mio nonno che era un grosso commerciante di maiali. Sono stato fortunato perché la fame non l’abbiamo patita. Mio nonno rimase famoso nel paese perché durante la guerra sfamò tutto il rione. Fino a qualche anno fa, era mia abitudine andare a San Giovanni in Persiceto e offrire la cena ai miei amici al mio rione per ricordare i vecchi tempi, belli e brutti che erano. Ultimamente purtroppo alcuni sono venuti a mancare e quindi non sono più tornato”.

 

Quando è venuto ad Aprilia? – “Siamo venuti ad Aprilia a fine del 1949. Mio padre aveva un amico che aveva preso in affitto un’azienda in via del Tufello di proprietà del barone Luigi Parrilli. Lo chiamò perché c’erano diverse opportunità di lavoro qui. Per i primi due anni, quindi, abbiamo vissuto in via del Tufello. Nel 1951 abitammo in una villetta di proprietà del capostazione Fernando Grasselli in via Milano angolo via Augusto. Quindi ci siamo trasferiti in via Piave prima in una villetta della famiglia Brilli e successivamente comprammo proprio a fianco, dove abitiamo tuttora”.

Lei però si sente più apriliano che bolognese……-  “Assolutamente sì. Nel mio paese giocavo a calcio e quando sono venuto ad Aprilia, siccome cercavano giocatori, mi sono messo a giocare con l’Aprilia. Ho giocato all’inizio con una squadra giovanile, ricordo Don Vittorino che era un tipo alla Don Camillo per intenderci”.

Era un calciatore di un certo talento? – “Le racconto un fatto che è un po’ sottovalutato dai racconti della storia di Aprilia. L’allora papa Pio XII promosse la costruzione dello stadio di Albano Laziale che è attualmente a lui dedicato. Per l’inaugurazione di questo stadio il centro sportivo italiano promosse due tornei di calcio: uno nel sud della litoranea e l’altro al nordsui Castelli. I vincitori di entrambi i tornei si sarebbero poi sfidati per l’inaugurazione delnuovo campo. Noi vincemmo il girone Sud e Marino vinse quello dei Castelli. Nella partita finale noi conquistammo la coppa e fummo premiati dall’allora Segretario di Stato Vaticano Giovanni Battista Montini che poi divenne Paolo VI. Io ebbi l’onore a 15 anni non ancora compiuti, di parlare con Montini. Poi fummo ricevuti da Papa Pio XII a Castel Gandolfo che ci abbracciò alzando le mani come usava fare. Italo Pisani mi fece debuttare con l’Aprilia ed ero un giocatore, a dire di tutti, abbastanza promettente. Purtroppo all’età di diciassette anni ho contratto il tifo. Sembrava che non potessi più giocare. L’Aprilia mi vendette al Nettuno che all’epoca giocava in una categoria superiore a quella dell’Aprilia. Il Nettuno mi comprò per 150 mila lire. Con tutti quei soldi si potevano acquistare alcuni lotti di terreno ad Aprilia. A fine del 1957 poi andai a fare il militare e tornai a febbraio 1959. Ho terminato il campionato con il Nettuno e ho detto che era venuto il momento di lavorare”.

C’è stato un momento in questi anni in cui ha creduto di poter fare il calciatore? “Sì. Ad Aprilia venne la Lazio a giocare un’amichevole. La Lazio mi segnalò per andare a fare i provini e in quel momento ci ho creduto veramente. Il destino però non volle. Ho contratto di lì a poco il tifo e non sono più potuto andare”.

Perché ha deciso di lasciare completamente il calcio? – “A 15 anni oltre a giocare a calcio, collaboravo già con mio padre che era nel campo dell’immobiliare einoltre lavoravo come produttore assicurativo nell’agenzia di Gaetano Margherita. Anche se seguivo già mio padre negli affari, la mia vita cambiò quando Gaetano Margherita, con una generosità quasi paterna, mi offrì la metà della sua agenzia ad un prezzo molto buono. Solo che io non avevo i soldi per comprarla. Quella volta fu veramente determinante: mi dedicai interamente all’immobiliare”.

Ha iniziato presto….. – “Avevamo un’agenzia su via dei Lauri. Ho iniziato prestissimo l’attività perché seguivo mio padre negli affari. Ho assistito ad esempio alla trattativa che si concluse nel 1954 con l’atto notarile di vendita del terreno e che portò all’insediamento dei Laboratori Italo Americani, poi Wyeth. La mia licenza di agente immobiliare, che allora veniva rilasciata dalla questura, è datata 24 gennaio 1956. Non avevo nemmeno 20 anni eallora la maggiore età era fissata a 21 anni. Per ottenere la licenza, quindi, mi emanciparono con una disposizione del tribunale”.

Con l’immobiliare, lei ha assistito e contribuito allo sviluppo industriale della città. Ci racconti quel periodo. – “Guardi c’erano richieste ovunque. Potrei citare tantissime trattative che ho seguito. Il vecchio bullonificio, ad esempio,venne trattato da mio padre ma per tutte le industrie importanti c’era di mezzo la nostra immobiliare. Gli imprenditori ci contattavano per acquistare terreni per i loro insediamenti. Vado a memoria e posso citare l’ex Olearia, la Radici, la stessa Angelini. Con la Buitoni ho avuto rapporti di affari, vendetti ad esempio gli appartamenti sopra al bar Serafino che la Buitoni costruì per i propri dipendenti. Con la Simmenthal ho anche avuto importanti rapporti di affari. Ricordo che i Sada avevano un terreno, un eucalipteto, di fronte al Tuca Tuca dove avevano costruito una villa che utilizzavano per ricevere le personalità importanti. La nostra immobiliare vendette la proprietà quando venne sequestrato uno dei fratelli, Tino. Era un periodo d’oro perché quando si insediava una nuova industria, intorno si creava nuovoindotto economico: aumentava l’attività commerciale, il fabbisogno di case, aumentava il lavoro del falegname, del carpentiere. Posso citare anche l’insediamento della Massey-Ferguson. Conobbi Salini perché gli feci comprare un terreno per lo stabilimento del suo falegname. Da quell’occasione nacque la richiesta di un terreno industriale di grossa superficie dove poi, appunto, sorse lo stabilimento della Ferguson. La gente si fidava di me. Io andavo a Milano due volte a settimana e avevo la fiducia del gruppo degli industriali di Milano. Essere corretti premia”.

Fu una congiuntura felice….. – “Assolutamente sì. Sono venute ad Aprilia anche persone che poi non si sono dimostrate responsabili, ma ci sono sempre purtroppo casi del genere e comunque sono rimasti limitati in città. Io cercavo ad esempio di evitare soggetti che andavano all’avventura. Le racconto un episodio. Un giorno ero dal notaio e trovai l’amministratore delle vetrerie Bordoni. Mi disse di avere tre ettari di terreno a Campo di Carne e che non sapeva cosa farne. Mi incaricò di venderli. Il terreno era vicino alla parrocchia e, su una parte, c’erano dei bambini che giocavano a pallone. Andai così al Banco di Santo Spirito, mi accordarono un fido di 35 milioni, comprai il terreno e ne staccai 10 mila metri per quello che oggi è diventato il campo sportivo di Campo di Carne. Feci realizzare una strada ad anello e divisi in 18 lotti, 11 venduti alle persone che non avevano alcuna proprietà al prezzo di costo e 7 ad un prezzo commerciale. Mi misi d’accordo con la parrocchia e, con un atto di donazione, lo donai a condizione che venisse destinato per sempre a campo sportivo per i giovani. Non fu il solo impegno per lo sport. L’allora parroco Don Fernando Dalla Libera mi contattò per un lotto di terreno dove poter realizzare un campo sportivo, ma non aveva soldi. Trattai per un terreno nel quartiere Vallelata e feci uscire fuori un lotto che poi è diventato la Piscina Primavera”.

Oltre all’immobiliare, il suo impegno è continuato nella Banca Popolare di Aprilia. “Ho seguito le sorti della banca popolare perché c’erano tutte persone che io conoscevo molto bene, penso a Mario Pazienti e a Gaetano Margherita. Qualcuno fece il mio nome come consigliere perché, grazie all’immobiliare, avevo intrecciato rapporti con il mondo dell’imprenditoria. Ci fu qualche contrasto iniziale, ma alla fine entrai. Quale socio, insieme ad alcuni amici, già precedentemente ho fornito il mio contributo nell’assemblea del 1968 che trasformò la Cassa Rurale in Banca Popolare. Nel 1971 diventai consigliere. Mi ricordo che in consiglio trovai delle bravissime persone. Le racconto un aneddoto. Avevano appena comprato la vecchia casa di Cola dove adesso, appunto, c’è la sede della banca. Mi ricordo che trovai sulla scrivania un progetto pronto per ristrutturare questa vecchia casa di tufo. In consiglio dissi perentoriamente: questa casa va buttata giù. Tutti sbarrarono gli occhi perché a quei tempi buttare giù una casa era un qualcosa di impensabile. Poi dimostrai che i costi di ristrutturazione non valevano quanto una costruzione ex novo. Con una struttura nuova invece si sarebbe potuto fare molto di più senza accontentarsi di un qualcosa di adattato. Quindi entrai in banca e cercai di dare il mio contributo insieme a Emilio Vescovi e a tutti gli amici che c’erano dentro. Abbiamo cercato di potenziarla subito patrimonialmente perché una banca deve essere solida. Una banca solida ha la fiducia del risparmiatore, del cliente normale e dell’investitore. Così cominciammo ad espanderci. Negli anni la Popolare di Aprilia ci ha dato delle grosse soddisfazioni. Siamo arrivati ad avere ben 25 filiali. Era una realtà considerata molto bene in Banca d’Italia. Ho avuto la fortuna di avere rapporti d’amicizia con l’allora capo della vigilanza, poi direttore generale, Vincenzo Desario con il quale ho mantenuto rapporti anche dopo gli incarichi di banca. In occasione della sua morte Mario Draghi, già governatore, gli dedicò queste parole: severo con i banchieri ed esempio di rigore con i colleghi. Lui, non dimentichiamolo, esaminò le banche di Sindona. Con Desario siamo rimasti amici fino all’ultimo quando purtroppo il Covid lo ha portato via a novembre scorso. Mi mandava una copia di ogni relazione che faceva come direttore generale. Le ho conservate tutte in ufficio”.

Qual è stato il segreto del successo della Banca Popolare? – “Il segreto del successo era il rapporto con le persone. Non c’era burocrazia. Il rapporto era diretto. Non c’erano né code né file. Quando la cosa era importante sia per il cliente sia per la banca si riunivano gli organi deliberativi immediatamente. Questa è la velocità che premia perché il credito deve arrivare al momento giusto”.

Poi però la vendita alla Banca Popolare dell’Emilia Romagna. Dal 2013 la Bpa non esiste più. Perché questa scelta? – “Stavano cambiando i tempi. Ci fu un approccio con le altre banche popolari, quella del Lazio, quella di Terracina e quella di Fondi. Avevamo anche raggiunto un accordo di massima nel numero dei consiglieri e come erano suddivisi. Poi arrivò una telefonata da Velletri perché volevano un consigliere in più, pensavano che io sarei riuscito a portare la maggioranza a nostro favore. Lì finì la trattativa. Trovammo la soluzione altrove e presto. Con la Banca Popolare dell’Emilia Romagna è stata una soluzione indovinata. Noi riuscimmo a vendere la prima parte, il 55% delle azioni, a dei valori altissimi. La seconda meno, ma sempre alta. Oggi, con i nostri soci che erano abituati a chiederci: quanto abbiamo guadagnato? Quanto ci date di dividendo? quanto è aumentata l’azione? In un periodo come questo, sarebbero guai seri sia perché le azioni sarebbero invendibili non essendo quotate, e perché, essendo invendibili, il loro prezzo sarebbe basso. A quei tempi entrarono 110 miliardi ad Aprilia nel 1995, con appena il 55% delle azioni”.

La Bper però vi ha dato sempre ampia autonomia….. – “Assolutamente sì e le dirò di più, c’era una stima di fondo. Io stesso portai in Banca d’Italia il presidente di Bper Guido Leoni per presentare il vicedirettore poi diventato direttore generale Ettore Caselli. Mi chiamò Leoni un giorno sapendo dei miei rapporti con il direttore generale della Banca d’Italia Desario, mi chiese la possibilità di presentare il nuovo direttore generale Caselli. Telefonai a Desario e fissò l’appuntamento. Arrivarono con l’areo a Ciampino, Leoni volle che andassi anche io. Quindi non solo avevamo una certa autonomia, ma avevamo credibilità. Mi onora dirlo, lo stesso Caselli molte volte mi chiamava per dei pareri”.

Come ha saputo conciliare la vita lavorativa con quella privata? – “Non ho mai avuto alcun problema. Io ero un attivo. Dovevo curare la banca e lo facevo anche per strada. Ma era nell’ambito della mia mentalità. Spesso l’attività di immobiliare e di amministratore bancario erano concilianti. Capitava spesso di far diventare cliente della banca, un cliente dell’immobiliare che era anche importante”.

Ha rimpianti? Se potesse tornare indietro, cambierebbe qualcosa nella sua vita? “No. Non ho rimpianti. Dove ho potuto, ho aiutato. Penso di poter guardare in faccia tutti. Per la mia attività di agente immobiliare e amministratore bancario, farei le stesse cose. Degli importanti affari che ho trattato, avrei potuto approfittarmene. Ma sono contento di non essermene mai approfittato perché poi il guadagno è venuto comunque lo stesso, sia economicamente ma soprattutto come stima verso la mia persona”.

Guardando al mondo economico di oggi, cosa vede? – “Oggi la digitalizzazione sta cambiando i rapporti specie sotto l’aspetto umano. Prima la persona si poteva anche contattare telefonicamente, ma poi la dovevi vedere. Oggi in molti casi non la vedi neppure. L’aspetto umano, la conoscenza umana, i rapporti umani creavano molti fatti ed iniziative positivi. Oggi è un altro mondo”.

Com’è Mario Cavicchioli di oggi? – “Mario Cavicchioli di oggi è un Mario che ha 85 anni ma non me le sento”.

Come sportivo ha anche contribuito all’Aprilia Calcio.  – “Assolutamente sì. Abbiamo avuto grandi soddisfazioni portando la squadra in serie C. Ricordo l’allora sindaco Domenico D’Alessio come una brava persona e a modo. Concordammo una serie di misure per adeguare lo stadio di modo da essere regolare per la serie C. L’Aprilia Calcio si impegnò con un milione 145 mila euro, il contributo del Comune fu di 600 mila euro. Per l’Aprilia Calcio Mario Cavicchioli c’è sempre stato. Meglio non dire quanto sia costata l’Aprilia Calcio alla famiglia Cavicchioli, sono cifre spropositate. Ma io sono stato conosciuto ad Aprilia perché giocavo a calcio e quindi lo dovevo, non solo per la passione che non è mai venuta a mancare”.

Quali sono secondo lei le ricette per il futuro di Aprilia? Per mantenere almeno quella ricchezza che ha costruito in tutti questi anni? – “Aprilia è in una posizione geografica buona. Sta vicino alla Capitale, vicino alla provincia, ai monti e al mare. Bisogna cercare di creare un’attrazione vera cominciando dalle viabilità, dalle possibilità di insediamenti. Purtroppo in generale la burocrazia ferma spesso le iniziative. Le iniziative possono essere buone oggi ma non più fra qualche anno. Quindi se ci si impiega qualche anno per realizzare un’iniziativa, si rischia di andare fuori mercato. Ad Aprilia l’insediamento dei primi centri commerciali ha portato nuovi posti di lavoro. Non si possono certo paragonare alle industrie di allora. La Simmenthal vantava 1100 dipendenti, ma oggi le nuove tecnologie hanno ridotto l’impiego della manodopera in fabbrica. I centri commerciali sono stati, quindi, importanti perché hanno dato uno sviluppo di impiego ma hanno nel contempo danneggiato il piccolo commercio. Per prima cosa è assolutamente indispensabile potenziare i collegamenti con la provincia e con Roma. La Pontina è ormai insostenibile. Oggi crea dei problemi per chi vuole insediarsi nelle nostre zone. Il Comune deve metterci poi del suo e facilitare gli insediamenti di qualsiasi tipo purché sani, puliti e produttivi”.

 APRILIA: LA MILANO DEL SUD – Aprilia viene fondata nel 1936 come centro agricolo. Completamente distrutta dalla guerra, all’inizio degli anni ’50 era poco più che un villaggio con il 70% della popolazione attiva impiegata in agricoltura. Con la legge 646 del 1950 venne istituita la “Cassa per il Mezzogiorno” che, grazie ad una serie di misure legislative successive, concedeva finanziamenti statali per favorire l’insediamento industriale. La vicinanza con Roma, la possibilità di mantenere bassi i salari e soprattutto un territorio pianeggiante ben collegato e con risorse energetiche importanti furono i fattori collaterali che contribuirono al processo di industrializzazione di Aprilia. Tra il 1951 e il 1960 vennero insediati 28 complessi industriali tra i quali la Simmenthal, l’Enotria, la Zenit, il Caseificio Vallelata, la Fimap, la Scherer, i Laboratori Italo Americani (poi Wyeth, ora Pfizer), la Farmaceutici Gellini, la Somma. Tra il 1961 e il 1970 aprirono 56 nuovi stabilimenti tra i quali la Recordati, la Vianini, la Doro (poi Elah), la Buitoni, l’Abbott, la Bordoni Milva (poi Avir), la Yale, la Ingred, la Massey Ferguson, l’Angelini. Nel decennio tra il 1971 e il 1980 aprirono 38 stabilimenti tra i quali il Centro Bibite e la M.P.E. Fino ai primi anni ’80 le aziende ad Aprilia finanziate dalla Cassa sono state 116 per 382 miliardi di lire di investimenti e 24 mila posti di lavoro. Era considerata la Milano del Sud. Al termine degli investimenti statali seguì un lento processo di deindustrializzazione dovuto alla instabilità delle aziende impiantate sul territorio che spesso erano ramificazioni di gruppi del Nord o dell’estero e che in genere avevano un basso contenuto tecnologico. A fine anni ‘90 ed inizio 2000 si cercò di trasformare il settore produttivo cittadino da industriale a commerciale. Venne il tempo dell’insediamento dei centri commerciali tra i quali Conforama e Aprilia2. Oggi Aprilia è alla ricerca di una nuova identità.

LA STORIA DELLA BANCA POPOLARE DI APRILIA: IL BRACCIO FINANZIARIO DELLO SVILUPPO – La Banca Popolare di Aprilia è stata sicuramente il braccio finanziario dello sviluppo economico del territorio. Recenti articoli a firma di Gianfranco Compagno ricostruiscono la storia di una realtà importantissima per la città. Era il 13 settembre 1954 quando presso il “Palazzo Carboni”, in via dei Pini dietro l’ex casa del fascio si presentarono 44 cittadini apriliani e diedero vita alla Cassa Rurale ed Artigiana di Aprilia su iniziativa in particolare di Assunto Nuti. È presidente Vittorio Emanuele Orlando, vicepresidente l’ex sindaco Alberico Carboni. Il 28 novembre 1955 apre il primo sportello. Il 15 settembre 1968 un’assemblea straordinaria presso i locali del Cral Simmenthal in via delle Margherite approva la trasformazione in popolare: nasce la Banca Popolare di Aprilia. Fu presidente della transizione il barone Luigi Parrilli, a seguire furono presidenti Gaetano Margherita dal 1972 e Emilio Vescovi dal 1987. Tra la fine del 1997 e gli inizi del 1998 si perfeziona infine la vendita alla Banca Popolare dell’Emilia Romagna. Il 27 marzo 2013 la Bpa non esiste più dopo essere stata una delle banche più virtuose d’Italia. La nuova gestione Bper ha comunque lasciato ampia autonomia decisionale alle filiali locali e ancora oggi il “modello Bpa” è l’asso vincente del gruppo locale.

IL PROFILO – Mario Cavicchioli nasce a San Giovanni in Persiceto in provincia di Bologna il 29 marzo 1936 da una famiglia di grossi commercianti di maiali. Si trasferisce con il padre ad Aprilia nel 1949. Qui, giovanissimo, segue il padre negli affari nella nuova immobiliare in via dei Lauri. Il primo sportello venne aperto nel 1952 di fronte all’ottica Mantovani su via dei Lauri. Qualche anno dopo si trasferì poco più avanti, dove ora c’è il Buongustaio. L’immobiliare si è spostata definitivamente nel 1964 al Grattacielo, appena costruito, dove tuttora viene gestita dal figlio Fernando, lo stesso nome del padre. Grazie all’interessamento di Italo Pisani inizia la carriera calcistica che lo porterà a giocare con l’Aprilia e poi con il Nettuno. Nel frattempo lavora come agente assicurativo nell’agenzia di Gaetano Margherita. Contrae il tifo che pone fine alla sua carriera calcistica. Nel 1956, a soli 20 anni, gli viene rilasciata la licenza immobiliare dopo un provvedimento del tribunale dovuto alla ancora minore età. Parte per il militare a fine ’57 e al ritorno si dedica interamente all’immobiliare. L’affidabilità, la serietà e la correttezza lo fanno diventare l’intermediario privilegiato dall’industria italiana per i nuovi insediamenti produttivi in città. Con la sua immobiliare vengono definite le trattative d’acquisto dei terreni delle più importanti industrie cittadine nel boom economico. Dal 1971 è consigliere della Banca Popolare di Aprilia per poi diventarne vicepresidente e infine, dal 1995, vicepresidente vicario. Come amministratore bancario riesce a far crescere la Bpa e a farla diventare una delle realtà più floride italiane con la bellezza di 25 filiali. L’impegno nello sport continua nel sostegno all’Aprilia Calcio che accompagna fino alla promozione in serie C.