APRILIA – PINQUA, LA TOMBATURA DEL FOSSO DELLA FICOCCIA È UNA SCELTA PERICOLOSA

Il rischio del dissesto idrogeologico e idraulico

Un’altra questione di cui non si tiene conto nel Piano sulla Qualità dell’Abitare sono le conseguenze che possono derivare dalla scelta di ricoprire un fosso d’acqua, in questo caso il fosso della Ficoccia, considerato che la nostra città ha vissuto in tempi molto recenti ifenomeni di allagamenti: tutti ricorderanno gli effetti devastanti delle piogge nel 2017.A provocare il dissesto idrogeologico e l’aumento del rischio idraulico, solitamente attribuito a fenomeni meteorologici, sono soprattutto gli interventi di origine antropica sul territorio e sulla sua morfologia, attraverso l’impermeabilizzazione selvaggia delle superfici agricole, le insufficienti aiuole alberate lungo i marciapiedi urbani, i parchi con centinaia di metri quadri impermeabilizzati, le incisioni naturali occluse per edificarvi sopra. Tombare un fosso è una scelta pericolosissima, un problema da non sottovalutare. Malgrado negli anni passati siano stati stanziati dei fondi ( ad es. “Proteggi Italia”, 11 miliardi di euro per il triennio 2019-2021),la Corte dei Conti ha accertato che nel biennio 2016-2018 è stato utilizzato solo il 19,9% dei 100 milioni del Fondo progettazione contro il dissesto Italia. Eppure l’ISPRA – l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale – nell’ultimo “Rapporto nazionale sulla situazione del dissesto idrogeologico nel Paese” ha fatto emergere che il 91% dei comuni italiani (88% era invece nel 2015) è a rischio, quindi oltre 3 milioni di nuclei familiari risiedono in queste aree ad alta vulnerabilità. Nella regione Lazio l’area soggetta a questo fenomeno è di 17.232 km quadrati con 953.3 km quadrati corrispondenti alle aree di altissima ed alta pericolosità (P4 + P3) concentrate nella parte meridionale della regione. Ricoprire un fosso non consente di controllare gli scarichi abusivi, né di bonificare e recuperare l’area circostante: sarà come pulire gettando la polvere sotto al tappeto. La mancanza di una visione d’insieme Nei Pinqua, come abbiamo detto, manca una visione d’insieme della città, che non consiste solamente nell’esprimere le nostre preferenze su “chi debba costruire cosa”, piuttosto di cosa hanno realmente bisogno gli apriliani, sulla base di un preciso rapporto tra numero di abitanti e servizi, allo stato attuale e nella previsione di una eventuale spontanea crescita demografica. Infatti, temiamo che nella foga di voler forzatamente raggiungere la vertiginosa cifra di 100.000 abitanti, richiamando da fuori, plausibilmente Roma, persone non figlie della città e non integrate, si determinino inevitabilmente, come già successo con il Quartiere Toscanini, situazioni di disagio sociale. Anche perché, diciamolo, nessuno nel palazzo si è mai curato di fornire le strutture e le risorse per favorire l’integrazione dei nuovi arrivati; tantomeno la città ha raggiunto i 74.000 abitanti con i servizi tarati per quella popolazione.

Le tante occasioni perse Se non si tiene conto delle opere iniziate da decenni e non portate a termine, delle opere pianificate e non realizzate, delle promesse alla popolazione mai mantenute – che hanno lasciato dietro solo degrado – o delle operazioni di trasformazione urbanistica di cui non si conoscono ancora gli esiti, non ci resta che iniziare con la conta dei danni. Negli ultimi 50 anni, a colpi di varianti al Piano regolatore, abbiamo assistito ad uno stravolgimento dello strumento di governo del territorio eppure oggi la logica dello sviluppo è ancora improntata al consumo di altro suolo, a bruciare nuove aree verdi, a trasformare corsi d’acqua in autostrade, ad aumentare gli indici di edificabilità e a scavalcare i vincoli. Basta osservare lo stato di salute dei nostri fossi: puzze nauseabonde ad orari scanditi nella giornata, fossi con acque multicolori e piene di schiuma, parchi con alberi lasciati morire di sete e mai irrigati, nonostante preventivamente richiesto. Aprilia è stata privata di preziosi corsi d’acqua, intubati e inquinati come fogne a cielo aperto, ha perso migliaia di alberi e ancora oggi ci chiediamo: perseguendo quale obiettivo? Disboscare per speculare e non manutenere?                                                                                                          Sarebbe ora di fare scelte mirate a tutelare il territorio, a restituire dignità alle periferieesistenti con i servizi primari, piuttosto che crearne di nuove.

Carmen Porcelli – Rosalba Rizzuto – Andrea Ragusa