NON UN’ALTRA LORENA  STOP AL FEMMINICIDIO!

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 di Elisa Bonacini

 Ci sono notizie che sconvolgono una comunità. E poi ci sono storie che riescono a scuotere un intero Paese, lasciando dietro di sé dolore, rabbia e tante domande.

La morte di Lorena Isceri, 45 anni, ha sconvolto Squinzano, il Salento e l’Italia intera.Una donna sequestrata, rinchiusa nel bagagliaio di un’auto e portata fino al viadotto dell’A1, nei pressi di Barberino del Mugello. Una donna che, nonostante la paura, è riuscita a chiedere aiuto chiamando il 112. Secondo quanto emerso dagli accertamenti autoptici, Lorena era ancora viva quando è stata gettata dal viadotto.

Oggi Squinzano si stringe attorno alla sua famiglia e al dolore di chi le voleva bene.

Ma Lorena non può essere soltanto un altro nome nella lista delle donne uccise. Il suo nome diventi un richiamo alla responsabilità, trasformarsi in consapevolezza, prevenzione e impegno concreto.

Per rendere giustizia a Lei e a tutte le altre donne uccise per mano di un uomo che spesso affermava di amarle.

LA VIOLENZA NON INIZIA CON IL FEMMINICIDIO

I dati più recenti pubblicati nel 2026 ci ricordano quanto il fenomeno sia ancora drammaticamente presente.

Nel comunicato Istat del 4 settembre 2026, dedicato al numero antiviolenza e antistalking 1522 e ai dati relativi al 2025, si rileva che il servizio ha ricevuto 72.410 chiamate. Tra i contatti validi, 25.970 persone hanno dichiarato di essere vittime di violenza. La violenza psicologica è risultata la forma maggiormente segnalata, seguita da quella fisica, dalle minacce e dallo stalking. Nel 43,7% dei casi la violenza indicata si è verificata nell’abitazione della vittima.

Ancora più significativo è il dato sulla durata: per il 36,5% delle vittime che hanno raccontato la propria esperienza al 1522, la violenza andava avanti da anni.Anche il Ministero dell’Interno, nella pubblicazione del 19 gennaio 2026 sui dati della sicurezza relativi al 2025, ha evidenziato che sono state 97 le donne assassinate, 85 delle quali uccise da una persona riconducibile all’ambito familiare-affettivo. Dal 2026 i report del Viminale distinguono inoltre la nuova fattispecie penale del femminicidio prevista dall’articolo 577-bis del Codice penale.

La violenza, dunque, non inizia con il femminicidio. Inizia molto prima: con il controllo, la svalutazione, la gelosia trasformata in possesso, le minacce, l’isolamento, la paura.Riconoscere questi segnali e intervenire per tempo significa fare vera prevenzione.

PREVENIRE SIGNIFICA EDUCARE

Ed è proprio qui che deve concentrarsi l’impegno delle istituzioni.

Non possiamo intervenire soltanto quando la violenza è già esplosa. Non possiamo pensare che una denuncia, un provvedimento giudiziario o l’intervento delle forze dell’ordine siano sufficienti a contrastare un fenomeno che affonda le proprie radici anche nella cultura, nei modelli relazionali e nell’idea distorta del possesso.

La prevenzione deve cominciare dai bambini e dalle bambine, dai ragazzi e dalle ragazze. Deve entrare stabilmente nelle scuole.Educare al rispetto significa insegnare a riconoscere il controllo, la gelosia patologica, l’umiliazione, il ricatto emotivo e la manipolazione. Significa spiegare che un “no” è un no, che l’amore non è possesso, che una relazione non significa controllo e che nessuno ha il diritto di decidere della libertà di un’altra persona.

Per questo è necessario che le Istituzioni nazionali e territoriali rendano strutturali nelle scuole i percorsi di educazione al rispetto, all’affettività, alla parità e alle relazioni sane, con insegnanti adeguatamente formati e con il coinvolgimento di psicologi, educatori, Centri antiviolenza e associazioni specializzate.

Un investimento educativo permanente.Perché prevenire significa intervenire prima che la violenza diventi irreversibile.

UNA RETE CHE DEVE ESSERE SEMPRE PIÙ FORTE

La prevenzione deve essere accompagnata da una rete di protezione capace di accogliere e sostenere concretamente chi chiede aiuto.

Nel comunicato Istat del 10 marzo 2026, relativo ai dati del 2024, risultano 409 i Centri antiviolenza attivi in Italia e 61.370 le donne che si sono rivolte a queste strutture.

Il successivo comunicato Istat del 25 maggio 2026, dedicato alle case rifugio e alle strutture residenziali, rileva inoltre 503 case rifugio attive nel 2024 e migliaia di donne e minori accolti nelle strutture di protezione.Sono numeri che testimoniano l’importanza di una rete che negli anni è cresciuta, ma che deve continuare a essere rafforzata e resa realmente accessibile in ogni territorio.

Servono risorse certe e continuative, personale formato, tempi rapidi di intervento e un coordinamento sempre più efficace tra servizi sociali, servizi sanitari, forze dell’ordine, magistratura, scuole e Centri antiviolenza.E soprattutto serve una certezza: una donna che chiede aiuto non deve mai essere lasciata sola.

L’APPELLO ALLE ISTITUZIONI

Di fronte a una tragedia come quella di Lorena, non basta indignarsi. È necessario chiedere alle istituzioni di assumersi fino in fondo la responsabilità della prevenzione.

Serve una strategia che parta dalla scuola, perché è lì che si formano le coscienze e si costruiscono le relazioni del futuro.

Occorre rendere permanenti i percorsi di educazione al rispetto, all’affettività, alla parità e alla gestione non violenta dei conflitti. Occorre formare gli insegnanti e fornire loro strumenti adeguati per riconoscere comportamenti di controllo, prevaricazione e violenza.

Ma occorre anche rafforzare la rete territoriale: Centri antiviolenza, case rifugio, servizi sociali e sanitari, forze dell’ordine e magistratura devono poter lavorare insieme, con risorse adeguate e tempi di intervento rapidi.Alle Istituzioni chiediamo soprattutto di non aspettare la prossima tragedia per intervenire.

Bisogna agire prima. Quando una ragazza impara che la gelosia non è amore. Quando un ragazzo comprende che il rifiuto va rispettato. Quando si riconoscono i primi segnali di controllo e possesso.

NON UN’ALTRA LORENA

Il nome di Lorena non può essere ricordato soltanto oggi, nel giorno del suo ultimo saluto.Deve rimanere nella nostra memoria come una domanda rivolta a tutti: che cosa possiamo fare prima che sia troppo tardi?

A Lorena dobbiamo rispetto. Alla sua famiglia vicinanza. Alle donne vittime di violenza protezione.

E alle nuove generazioni dobbiamo dare gli strumenti per costruire relazioni fondate sul rispetto e non sul possesso.

Perché il vero cambiamento deve cominciare molto prima della tragedia.

NON UN’ALTRA LORENA

STOP AL FEMMINICIDIO!