
La polemica che da secoli è scagliata contro i gesuiti e il gesuitismo è sempre stata un’occasione trasparente per rivelare, dimostrare, sostenere e dichiarare la vera natura intrinseca dei gesuiti stessi, cioè i membri della Compagnia di Gesù, un ordine religioso cattolico fondato da Sant’Ignazio di Loyola nel 1540. Una polemica religiosa che è tante volte sfociata nella critica più spietata proprio in raffronto alla missione spirituale di cui l’ordine dei gesuiti dovrebbe essere portatore praticamente ma soprattutto emotivamente. Attraverso un arco di tempo secolare, intellettuali, ecclesiastici e finanche artisti hanno svelato la natura autentica dei membri della Compagnia di Gesù, rivelandoli come un setta, chiusa tenacemente nel proprio ordine, animata da una volontà di intrigo e dominazione politica che poco si sposa con la missione evangelica di cui dovrebbero essere portatori.
Una luce originale e autorevole sul DNA settario dei membri della Compagnia di Gesù è stata, tra molte, quella di Vincenzo Gioberti, filosofo ottocentesco vicino all’idealismo hegeliano e uomo politico tra i più rappresentativi da ricordare nel grande coacervo di patrioti e intellettuali del Risorgimento italiano. La filosofia del Gioberti fu tenacemente condizionata dalla sua azione politica: prima esule a Parigi e Bruxelles, ritornò in Italia nel 1848 ma la sua carriera politica fu prestigiosa ma breve perché se nel Dicembre 1848 divenne primo ministro degli Stati Sardi, fu costretto alle dimissioni dopo soli due mesi il 20 febbraio 1849. E la fine della sua carriera politica coincise con la volontà di immergersi sino ai suoi ultimi giorni in quegli studi politici che, intersecandosi con la filosofia, accrebbero le sue convinzioni religiose che vedevano la Chiesa di Roma radice e regolatrice del genere umano. Da qui nacquero le sue opere più importanti ma la sua polemica contro la setta dei gesuiti nacque molto prima del suo ritiro dalla politica attiva e con un’opera, “Il Gesuita moderno”, che egli scrisse per molteplici ragioni non solo spinte da motivazioni ideali, pur presenti e fortissime, di polemica contro l’Ordine, ma anche per questioni politiche legate alla speranza che attraverso quest’opera contro i membri della Compagnia di Gesù, egli potesse attirare al suo consenso quei liberali che avevano dimostrato forti riserve verso la sua opera maggiore, il “Primato morale e civile degli italiani”(Bruxelles 1843), manifesto programmatico del neoguelfismo che, tuttavia, non attaccava direttamente il ben noto malgoverno della Chiesa di Roma. Ma “Il Gesuita moderno” resta a sua volta un manifesto di cultura socio –religiosa e di protesta con il quale il Gioberti non risparmiò nulla alla Compagnia di Gesù, già considerata da molti a quel tempo una loggia lontana dallo spirito cristiano e di questo corruttrice. Chi, come Gioberti, credeva nella Chiesa di Roma come perno morale e politico destinato a regolare e dirigere i destini italiani e non solo, non poteva che essere un acerrimo, irriducibile avversario di una setta che con la sua condotta ambiziosa,rigida, contraddiceva i cardini stessi dello spirito cristiano, quali la carità.
Il Gesuita moderno è un’opera pubblicata la prima volta a Losanna, in cinque volumi, nel 1846 – 47. E’ una fortissima polemica con la quale l’autore intese ribadire e provare le accuse già da lui mosse nei Prolegomeni al Primato alla setta dei Gesuiti. La polemica di Gioberti contro il Gesuitismo è logica conseguenza del pensiero giobertiano, per cui la religione è intesa come radice della civiltà e questa come progressivo attuarsi dell’unità morale del genere umano, restaurazione e anche perfezionamento dell’integrità antecedente alla colpa originale. I Gesuiti, nell’ottica di Gioberti, osteggiano questa vera filosofia: in politica mirano solo ad accrescere il proprio potere mondano spargendo ovunque la discordia; in religione propugnano una “misticità eccessiva” che menoma l’uso della ragione e quindi nuoce a quella “prudenza che deve governare e condire ogni virtù”. Ponendo l’obbedienza verso i superiori della Compagnia al di sopra di quella dovuta al capo della Chiesa, e persino contro la coscienza e la carità,il gesuitismo moderno è opera contraria allo spirito del Cristianesimo e alla gerarchia ecclesiastica. Dall’ostinato antagonismo della Compagnia verso i progressi civili il Gioberti dà ampia documentazione affermando che a fondamento delle gesta della Compagnia stessa sta la dottrina che essa professa: estrema e unilaterale al pari della dottrina giansenistica. Inoltre, sciogliendo l’arbitrio umano dall’efficienza divina, e facendolo quindi in definitiva superiore alla stessa legge di Dio, il gesuitismo finisce col togliere alla morale scolpita nei cuori ogni divino valore per ridurla semplicemente ad un meschino artificio, ad una questione di mere apparenze esteriori.
Anche l’opera missionaria ottocentesca della Compagnia ha subito col tempo un processo regressivo: dopo l’apostolato di San Francesco Saverio (1506 – 1552), le missioni si sono sempre più corrotte perché in esse prevalsero scopi di dominazione politica. La stessa vantata cultura dei gesuiti è decaduta sempre più verso un gretto empirismo, e nelle belle lettere verso una vuota retorica, che infiacchisce l’animo dei giovani. Quanto all’incondizionata obbedienza al Pontefice, di cui i gesuiti fanno professione, osserva il Gioberti che essi la praticano soltanto quando e come torna utile ai loro fini, posponendo in ogni circostanza l’ossequio verso il Papa a quello verso la loro setta. Di ben altra natura fu invece l’ossequio del Gioberti uomo e cristiano verso il papato poiché esso si radica nella sua già precedentemente anticipata idea della divina missione affidata alla Chiesa nel mondo: la lotta secolare per la difesa e la promozione del vero.
Roma antica, sede di umana civiltà, si levò ancor più alta divenendo cristiana, centro morale del genere umano, raggiera che irradiò luce di progresso e civiltà. Il partito cattolico moderato, di cui si fece propugnatore il Gioberti, si propose appunto di ricondurre Roma all’adempimento di questo altro compito, ripristinando in lei l’antica sapienza italiana e promuovendo un giusto e moderno ordinamento degli stati pontifici. La città eterna avrebbe potuto allora promuovere una Confederazione italiana e farsi centro del rinnovamento politico nazionale, scansando con sapienza conciliatrice gli estremi sofistici della demagogia e del dispotismo i cui urti disordinati dilaniavano la penisola italiana a metà dell’800.
Conciliati i due elementi fondamentali della civiltà, il laicato progressivo e il sacerdozio conservatore, Roma non avrebbe più avuto bisogno del potere temporale, ma sarebbe diventata l’arbitra morale e civile dell’Italia e del mondo. Questo processo storico, secondo lo scritto del Gioberti, erano chiamate a perseguire le nuove generazioni, ovviando agli errori delle età precedenti; trattasi di un processo storico cosmopolitico essendo il Cristianesimo universale, ma entro tre cerchie di ideali che ancora oggi dovrebbero esistere senza sopprimersi l’un l’altro: Italia, Europa, Mondo.
Invece il cosmopolitismo gesuitico si riduce alla devozione per la Compagnia, cercando di estirpare ogni amore di patria e di famiglia , unici fondamenti di ogni saldo culto per l’umanità e di far apparire la religione contraria alla verità. Non a caso il Giobertì definì il gesuitismo austriacante dei suoi anni come il peggiore nemico del risorgimento nazionale. Verso la “clientela” della Compagnia di Gesù, cioè il gesuitismo esterno, la polemica giobertiana si fece ancora più aspra, dura, severa: le congregazioni gesuitiche di laici sono mostruose mescolanze di sacro e profano, in cui la religione è posta al servizio di bassi interessi politici reazionari e l’unità cristiana minacciata. Per estirpare dalle radici le propaggini esterne del gesuitismo occorre togliere alla Compagnia quei mezzi di cui si vale per accrescere la propria clientela: le largizioni di onori e di cariche e specialmente l’educazione della gioventù, potente arma di proselitismo. Soltanto un’educazione che sia affidata anche a laici, religiosa politica e militare ad un tempo, può formare animi virili e robusti. Per la presenza di tutti questi elementi corrotti e corruttori nella Compagnia, appare inutile al Gioberti sperare in una riforma dell’Ordine, perché il pervicace orgoglio gesuitico è tale che un solo provvedimento appare auspicabile: “Spiantare la setta putrida e incorreggibile, così che non ne resti più alcun vestigio sulla Terra”.
Il tono esacerbato del “Gesuita moderno” di Gioberti ne accentua il carattere contingente e non può essere adeguatamente valutato se non si tiene conto delle aspre polemiche che hanno preceduto quest’opera e dello spirito battagliero con il quale il Gioberti combatteva quella corrente retriva che osteggiava apertamente il moto nazionale italiano negandone i postulati liberali. Considerata da questo punto di vista, l’opera costituisce, nonostante una certa prolissità e intemperanza, un documento significativo dei contrasti di idee attraverso i quali si è venuto a maturare il nostro 1848.
“Il Gesuita moderno” conserva un’attualità esasperata considerando che i tempi sono mutati profondamente ma la setta dei gesuiti ha conservato caratteristiche di indisponibilità, pseudo – cristianità e vivaci ambizioni di potere e controllo politico le quali, sommate al persistere del potere gesuitico sull’educazione di un numero non irrilevante di giovani e giovanissimi, rende la Compagnia stessa un elemento socialmente deviante per le nuove generazioni. Trascorsi centosettantanove anni da quando uscì, “Il Gesuita moderno” ha ancora molto da insegnare, soprattutto nella pervicace volontà di estirpare il seme malsano della stessa Compagnia dei Gesuiti.
Le polemiche sul “gesuitismo” riguardano, in sintesi, controversie storiche e quantomai attuali, spaziando dall’accusa di lassismo morale (Pascal, Giansenisti) e intrighi politici (XVII-XVIII secolo) fino ai moderni scandali di abusi(Caso Rupnik)), evidenziando una tensione costante tra l’influenza, il potere (politico-educativo) e la dottrina della Compagnia di Gesù, accusata di eccessiva adattabilità o di ipocrisia, ma difendendo la complessità della loro identità spirituale e apostolica
°Dott. Yari Lepre Marrani
“Il dott. Yari Lepre Marrani è scrittore, analista geopolitico e saggista. E’ giornalista culturale per diverse testate, tra le quali l’Avanti! – su cui cura una rubrica di carattere storico – e Notizie Geopolitiche. Alterna l’attività giornalistica con la scrittura creativa: la sua ultima silloge poetica, “I canti di un pellegrino”(Booksprint Edizioni, 2024)è stata candidata al Premio Strega Poesia 2025 e ha ricevuto numerosi e positivi giudizi critici dalle maggiori testate italiane. Marrani Vive e lavora a Milano”






