QUARTO INCONTRO TRA IL VESPA CLUB APRILIA E LE TERRE DELLE MIE ORIGINI 5 e 6 settembre 2026

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Ci sono luoghi dai quali, anche quando parti, non te ne vai mai davvero.

Le radici che mi legano a queste terre sono alimentate da ricordi che vengono dal passato, ma che ancora oggi continuano a crescere grazie a persone straordinarie, capaci di rendere unico ogni ritorno.Questo fine settimana, 5 e 6 settembre 2026, si è svolto il quarto incontro tra il Vespa Club Aprilia e le terre del mio paese d’origine, Rocca d’Evandro (CE).

E ancora una volta è stato molto più di un viaggio.

È stato un ritorno.

Alle mie origini, alla mia infanzia, alla storia della mia famiglia e a quei luoghi che porto dentro di me. Ma perché proprio la Vespa?

Perché nella mia famiglia la Vespa non è mai stata soltanto una Vespa.

Mio padre, Giuseppe, quando era ancora adolescente, viveva in una terra profondamente segnata dalla Seconda guerra mondiale.

Erano territori martoriati dal passaggio della guerra, lungo quella che fu la Linea Gustav, tra le terribili battaglie di Mignano Monte Lungo, San Pietro Infine e Montecassino.

Quando penso a quegli anni, però, non penso soltanto alla guerra raccontata nei libri di storia.

Penso alle storie che ho ascoltato dai miei nonni.Storie di uomini e donne comuni che, in quei giorni terribili, diventarono veri difensori della vita e della giustizia, mettendo a repentaglio la propria esistenza per salvare quella degli altri.Tra queste c’è quella del mio bisnonno, Benedetto D’Alessandro, soprannominato da tutti Beneritto o Vallefreddano.

Fece costruire delle grotte, alcune ancora oggi visitabili, affinché intere famiglie e compaesani potessero trovare rifugio dai bombardamenti e dai rastrellamenti nazifascisti e, per quanto possibile, sfuggire all’orrore delle marocchinate.

In quei giorni non si pensava soltanto a salvare se stessi.Si condivideva ciò che si aveva.

Anche quando era poco.Ricordo i racconti dei raccolti del ciliegeto: interi raccolti messi a disposizione di famiglie che non avevano nulla da mangiare, perché potessero sfamarsi o vendere quelle ciliegie e ricavare qualche soldo per acquistare, spesso al mercato nero, un po’ di farina.

Quel poco che bastava per impastare un pane fugace.

Un pane povero, ma che allora significava vita.

Sono storie della mia famiglia, ma appartengono anche alla memoria di queste terre.

Storie che rischiano di perdersi.

Ed è per questo che sento il bisogno di raccontarle e spero di trovare il tempo, ma soprattutto persone disposte ad aiutarmi a raccoglierle, prima che scompaiano insieme a chi ancora le custodisce.

Perché la memoria non è soltanto ricordare ciò che è stato.È consegnare alle nuove generazioni gli strumenti per comprendere ciò che siamo.E forse è proprio così che quelle storie sono arrivate fino a me.I racconti dei miei avi e degli anziani del paese mi venivano spesso narrati a tavola.A tavola ci si sedeva in tanti.

Gli anziani erano i cultori e i depositari delle tradizioni, dei saperi e della memoria.Erano i saggi della famiglia.Noi li ascoltavamo in silenzio, incantati, con la voglia di apprendere, di fare nostre quelle storie e custodirle dentro di noi.

L’altro luogo era la piazza.O i vicoli del paese.Per me, soprattutto quelli di Cocuruzzo, uno dei borghi di Rocca d’Evandro (CE).

Lì trovavo ancora gli anziani intenti nei piccoli lavori di ogni giorno.

Bastava un:

«Buongiorno e Signoria».

E il loro volto si illuminava.

«Signoria Vostra».

Quella risposta era come una chiave.

Si aprivano fiumi di ricordi, storie, aneddoti, volti e persone.

Un mondo che sembrava voler continuare a raccontarsi e a tenermi legato a loro.

Ancora oggi, tornando con la memoria a quei vicoli, mi sembra di sentire le loro voci e rivedere i loro sguardi.

Erano tempi nei quali c’era ancora tanta voglia di incontrarsi, di fermarsi, parlare, ascoltare e stare insieme.

Oggi rischiamo di perderci proprio mentre siamo continuamente connessi.

Siamo incastrati dentro cellulari, social e comunicazioni veloci, mentre ritmi sempre più frenetici ci allontanano dalla possibilità di guardarci negli occhi.

Forse è anche per questo che quelle voci mi mancano.

Perché in quei racconti non c’era soltanto il passato.

C’era una comunità.

Un modo di vivere.

Il tempo per ascoltare e il desiderio di essere ascoltati.

Ed era una ricchezza che oggi rischiamo di smarrire.

Erano tempi nei quali ogni braccio serviva.

Bisognava ricominciare.

Bisognava seminare semi di speranza perché intere popolazioni, culture e tradizioni non morissero insieme alle macerie.

Ed è proprio dentro questa storia di guerra, di sacrifici e di rinascita che affonda le sue radici la storia di mio padre.

Mio padre mi raccontava che, a quell’età, era normale alzarsi prima delle prime luci dell’alba.

Sterrare le stalle.

Dare da mangiare agli animali.

Lavarsi velocemente in una bagnarola con l’acqua raccolta dai pozzi o dai torrenti, spesso riscaldata vicino al focolare.

E poi correre a scuola.

Chilometri e chilometri.

Spesso a piedi.

A volte anche a piedi nudi, per non consumare o sporcare le uniche scarpe buone.

Una colazione fugace lungo i sentieri di campagna, tra i campi coltivati, affrontando ogni giorno le difficoltà che la stagione e quei territori imponevano.

Spesso con accanto un cane, BRIGANTE, compagno fedele di quelle giornate, capace di aspettare fuori dalla scuola per poi tornare insieme a vivere un’altra giornata di lavoro.

E quando il sole tramontava, il lavoro non era ancora finito.

Bisognava riportare gli animali nelle stalle, dar loro da mangiare, preparare un letto di paglia asciutta e sistemare gli attrezzi dei campi perché fossero pronti per il giorno dopo.

Solo allora si tornava a casa.

Ci si lavava.

E vicino a un lume, mentre le donne continuavano le faccende domestiche, rammendavano i vestiti, filavano la lana o lavoravano ai ferri, c’era ancora una cosa da fare:

studiare.

Perché anche in quelle condizioni bisognava guardare avanti.

Bisognava credere che, dopo la guerra, dopo la fame e dopo tanta fatica, potesse esistere qualcosa di diverso.

Bisognava costruire, con quello che si aveva, un futuro.

E quel futuro, per mio padre, cominciò anche attraverso il lavoro.

Durante una di quelle interminabili estati, quando per molti ragazzi iniziavano le vacanze, per lui iniziavano invece le giornate nei campi.

Ancora minorenne, lavorava per conto terzi con le sue vacche, arando la terra e affrontando quelle lunghe giornate assolate, trasformandole, per quanto possibile, anche in gioco.

Era il lavoro di un ragazzo.

Ma era anche il lavoro di una generazione che aveva imparato a non arrendersi.

E fu proprio dal sudore di quelle giornate, da quei campi e da quella terra che aveva conosciuto la guerra, che arrivò una ricompensa destinata a cambiare la sua vita:

una Vespa 125 VBN1 del 1960.

Quella Vespa, in fondo, era molto più di un mezzo.

Era il segno concreto che qualcosa stava cambiando.

Era la distanza che finalmente poteva essere percorsa senza affidarsi soltanto alle proprie gambe.

Era libertà.

Era possibilità.

Era il piccolo simbolo di una rinascita che, dopo gli anni bui della guerra, cominciava a farsi strada nella vita di un ragazzo e, attraverso di lui, nella sua famiglia.

Quella Vespa fu una svolta.

Per mio padre.

Per la sua famiglia.

Per tutto il paese.

Fu il primo mezzo motorizzato della nostra casa.

Con quella Vespa si poteva finalmente raggiungere tutto e tutti.

Il medico.

Il paese.

I servizi.

I parenti.

I vicini.

Si poteva accompagnare qualcuno, aiutare qualcuno, muoversi quando prima era necessario affidarsi soltanto alle proprie gambe.

E con quella stessa Vespa mio padre conobbe mia madre.

E insieme, subito dopo essersi sposati, affrontarono il loro viaggio più importante: raggiungere Aprilia in cerca di lavoro e costruire la loro famiglia.

Ed è forse per questo che oggi, quando guardo quella Vespa, non vedo soltanto un motociclo d’epoca.

Vedo la storia di un ragazzo.

Vedo il lavoro dei campi.

Vedo la fatica.

Vedo una terra ferita dalla guerra che lentamente torna a vivere.

Vedo un padre e una madre che, partendo da lì, hanno avuto il coraggio di cercare un futuro altrove.

E oggi quella Vespa è tornata a casa.

Dopo anni di restauro, di lavoro e di speranze, sono tornato con lei nelle terre delle mie origini.

Questa volta, però, non per partire.

Per tornare.

Per chiudere un cerchio.

Perché quella Vespa che un tempo aveva portato mio padre verso il futuro, oggi ha riportato me verso il passato.

Sono tornato per far conoscere agli amici del Vespa Club Aprilia, che ormai considero una nuova casa e una nuova famiglia, quei luoghi della mia infanzia.

Quei luoghi nei quali affondano le mie radici.

Quei luoghi che custodiscono persone, storie, profumi, dialetti, tradizioni e ricordi.

Ed è sempre una grande emozione.

Ma soprattutto è emozionante scoprire che quelle radici, ogni volta che torno, continuano a crescere.

E questo accade grazie alle persone.

Per questo voglio dire GRAZIE.

Grazie al Vespa Club Aprilia.

A Luciano Santelli, Francesco Mazzoli, Liberato Annecchino, Antonino Curiazio, Daniele Buccolini, Ettore Berti, Roberto, Vania Pianura, Giulia Mazzoli e Sandra Trivoluzzi.

Compagni di viaggio, di strada e, ormai, anche di vita.

Una vera famiglia.

Un grazie speciale a Emanuele e a sua moglie Daniela, della Pasticceria Caffetteria da Emanuele di Rocca d’Evandro, che più di tutti ci hanno spronato e hanno saputo creare una rete capace di regalarci un’accoglienza straordinaria e autentica.

Grazie a Davide Arcaro, che ci ha dato ospitalità nelle sue strutture, B&B Le Regine di Rocca d’Evandro, e al suo collega del Motel Ristorante I 3 Pini.

Un doveroso ringraziamento al Sindaco Andrea De Luca e al Vice Sindaco Antonio Verdone di Mignano Monte Lungo, per averci accolti e averci dato la possibilità di conoscere la storia della loro città, il castello, le terre e la comunità.

Grazie a Valentino Teoli, che ci ha permesso di entrare in contatto con l’amministrazione locale, dimostrando ancora una volta il forte attaccamento e la passione per queste terre.

E poi un grazie speciale ai miei compaesani di Mortola.

Ci avete regalato un’accoglienza che difficilmente dimenticheremo, concedendoci un posto d’onore nella 36ª Sagra del Prosciutto.

Un evento riuscitissimo, capace di dare orgoglio a questi territori e di dimostrare che qui c’è ancora un futuro da scrivere.

E sono certo che alcune delle pagine più belle le scriveremo insieme.

Grazie a Dante Iorio, che, nonostante le difficoltà che la vita gli ha messo davanti, ci ha regalato il suo tempo, la sua amicizia e la sua disponibilità, facendoci sentire non ospiti, ma parte della grande famiglia di Mortola e del Circolo Federico Fellini.

E grazie a Gessica e Loris, e a tutti i ragazzi di Mortola, tra cui Antonella Nardone e Luca, che ci hanno regalato un momento che difficilmente dimenticheremo.

Ci avete permesso di accompagnarvi, con un corteo di Vespe impazzite e il loro inconfondibile profumo di miscela, rigorosamente al 2%, fino alla chiesa, per unirci alla vostra festa.

A voi va il nostro augurio più sincero:

lunga vita al vostro matrimonio e alla famiglia che insieme state costruendo.

E infine, ma non certo per ultimi, perché questo è forse il grazie più grande, voglio ringraziare la mia famiglia.

A papà Giuseppe Benedetto D’Alessandro e a Giovanna Maria Teoli.

Senza i vostri insegnamenti, senza i valori e gli ideali che mi avete trasmesso, non sarei la persona che sono oggi.

Grazie a mia sorella Tiziana D’Alessandro e a mio cognato Diego Lucato, sempre pronti a sostenermi.

E grazie alle mie bellissime e uniche nipotine, Sofia e Azzurra Lucato, che rendono speciale e immensamente ricca di emozioni la mia preziosa vita.

Un grazie anche a Falco Esploratore, che con la sua attenzione sa dare voce e risonanza all’impegno, alle persone e ai valori che queste nostre terre sanno ancora custodire.

Perché forse è proprio questo che abbiamo riscoperto in questi due giorni.

Che un territorio non è soltanto un luogo.

È la somma delle persone che lo abitano.

Delle storie che lo hanno attraversato.

Delle mani che lo hanno lavorato.

Dei sacrifici che lo hanno costruito.

Delle tradizioni che qualcuno ha scelto di non lasciare morire.

E dei giovani che oggi hanno il compito di raccogliere quei semi e farli germogliare ancora.

La Vespa di mio padre, nata dal lavoro e dal sudore di un ragazzo che non aveva ancora raggiunto la maggiore età, oggi mi ha riportato là dove tutto è cominciato.

E forse questo è il viaggio più bello che potesse fare.

Dal passato al presente.

Da un padre a un figlio.

Da una terra a un’altra terra.

Da una Vespa a una storia.

Da un ricordo a un nuovo ricordo.

Grazie.

Grazie.

Grazie.

Perché da soli si può andare più veloci.

Ma è insieme che si percorre più strada.

E noi, questa strada, abbiamo ancora tanta voglia di percorrerla.

A presto, terre mie.

A presto, amici miei.

La strada continua.

 

Alessandro D’Alessandro