Il lavoro di Carmen Porcelli ricostruisce 20 anni di storia della città ancora inesplorati: dal dopoguerra agli anni 1970
L’intervista in anteprima per la festa dei lavoratori: come un borgo rurale si trasformò in pochi anni in un polo industriale

di Riccardo Toffoli
“La città degli operai”, lo ha chiamato così il suo ultimo libro, Carmen Porcelli, ripercorrendo la storia di Aprilia dal borgo rurale alla città industriale. Circa 20 anni di storia della città, dal dopoguerra agli anni ’70, che hanno segnato il cambiamento principale di Aprilia e del suo tessuto economico e sociale. Sono gli anni del boom economico, delle industrie che, grazie alla Cassa del Mezzogiorno, iniziano ad essere attratte sul territorio e con loro tantissime famiglie provenienti da tutta Italia in cerca di occupazione. È un tassello fondamentale della storia di Aprilia che Carmen Porcelli ha ricostruito, intessendolo con la storia politica della città di Aprilia. Può, per questo, essere considerato un unicum perché va a colmare un vuoto nel panorama storico della città, finora rimasto completamente inesplorato. Il volume è edito da Atlantide, Dario Petti editore, e sarà presentato domenica 10 maggio presso la sala Manzù della biblioteca comunale di Aprilia alle ore 17. Noi del Giornale del Lazio abbiamo però voluto dare qualche anteprima di questo lavoro che ha comportato ben cinque anni di ricerca storica per il primo maggio, la festa dei lavoratori.
Oggi, festa dei lavoratori, è il giorno degli operai. Quindi possiamo fare gli auguri a Aprilia in questa giornata?
“Sì, possiamo fare gli auguri ad Aprilia sicuramente perché il primo maggio ha rappresentato per Aprilia una data molto importante. Cito soltanto i più importanti eventi promossi ad Aprilia il primo maggio: l’aerotrasporto di una statua della Madonna avvenuta il primo maggio nella metà degli anni 50, la posa della prima pietra e l’inaugurazione poi del centro addestramento professionale e infine ricorderei anche l’inaugurazione della stele di Piazza della Repubblica dedicata ai caduti che fu appunto inaugurata il primo maggio. La scelta di quella data non fu sicuramente condivisa da tutti. Ricordo che eravamo in un periodo in cui la polarizzazione politica era molto forte. Quindi la scelta del primo maggio, festa dei lavoratori politicamente legata alla sinistra e ai socialisti, non era casuale come non era casuale il governo cittadino retto dal sindaco socialista Antonio Rossetti”.
Dal borgo agricolo alla città industriale: questo passaggio fondamentale di Aprilia che lei ha ricostruito in questo volume è stato sofferto? Le istituzioni non lo hanno previsto e lo sviluppo è stato un po’ selvaggio…..
“Lo sviluppo selvaggio in qualche modo rappresenta la parte centrale del libro. È tutto sommato la molla che ha smosso anche un po’ il mio interesse e per cui ho avviato uno studio approfondito del processo storico che ha attraversato la nascita e l’attuazione del programma della Cassa del Mezzogiorno qui ad Aprilia. Io provenivo da un altro studio che avevo condotto per il mio dottorato di ricerca dove il periodo storico individuato era proprio questo, cioè quello della fine del secondo conflitto mondiale, la necessità per l’Italia di ricostruire con una visione prettamente rivolta alla rete industriale produttiva che desse reddito dopo la seconda guerra mondiale. Quindi si usciva da un periodo di estrema povertà che andava ad aggravarsi lì dove non esisteva un tessuto produttivo. Aprilia era una città che, secondo il regime fascista, doveva essere un polo agricolo. Aprilia, uscita stremata, offesa moralmente ed economicamente dalla guerra, dovette ricominciare da capo. I fondi della Cassa del Mezzogiorno furono sicuramente provvidenziali e Aprilia conobbe uno sviluppo impensabile. Fu scelta per varie caratteristiche, per la sua vicinanza a Roma, era il Comune più estremo della provincia di Latina che ricadeva per poco all’interno dell’area della Cassa del Mezzogiorno, quindi era chiaramente un’area attrattiva per Roma. La Capitale non voleva avere fabbriche, non voleva avere aziende in quanto aveva una vocazione turistica. Aprilia poi si prestava perché era una città pianeggiante quindi facilmente raggiungibile e poi perché aveva tanti terreni che, con la fine della del periodo fascista, furono venduti, anche svenduti direi, e parcellizzati. Tutto ciò faceva sì che questa terra fosse appetibile per chi aveva intenzione, senza un grosso rischio di default, di utilizzare i fondi della Cassa del Mezzogiorno”.
Chi erano gli operai di Aprilia?
“Gli operai di Aprilia non erano operai specializzati, erano operai semplici, e quindi anche sottopagati. Tutto quello che ruotava intorno alla Cassa del Mezzogiorno finiva poi per accentuare dei caratteri sociali ed economici che facevano riflettere su quella che fosse la natura dell’impresa. Abbiamo pochi esempi di imprenditori illuminati che vollero veramente far crescere Aprilia. Si vedrà nel libro, ci sono stati anche dei casi di fallimenti importanti. In ogni caso l’aumento delle aziende comportò anche l’aumento della popolazione che fece sì che arrivassero da diverse regioni d’Italia, famiglie che nutrivano la speranza di un riscatto personale, l’opportunità di trovare lavoro e, quindi, l’opportunità di trovare una casa. Tutto ciò ha comportato una crescita improvvisa che ha messo la classe politica di fronte a delle decisioni importanti. Le giunte che si sono susseguite alla guida della città avrebbero potuto scegliere di limitare, se non compromettere, il proseguo di questo sviluppo con una pianificazione dettagliata del territorio”.
Lei hai ricordato imprenditori illuminati, pochi sicuramente e nella memoria collettiva c’è la Simmenthal con Sada di cui insomma parla nel libro ma la mia domanda è un’altra. Lei ha parlato di tante famiglie che, grazie alla possibilità di lavoro, sono venute a vivere ad Aprilia. Qual è stato il rapporto con i primi coloni che invece erano agricoltori? E’ stato conflittuale?
“Allora, diciamo che inizialmente con la fondazione di Aprilia e la costituzione di questo villaggio agricolo, si creò una comunità molto coesa, in quanto gran parte dei coloni che arrivarono, erano legati da rapporti familiari e affettivi. Sicuramente fu semplice creare un clima coeso anche perché che Aprilia era una piccola realtà. I racconti dei nostri nonni parlano di collaborazioni tra di loro. Nel dopoguerra l’arrivo dei lavoratori delle fabbriche fu vissuto non sempre positivamente da parte della comunità locale, perché in qualche modo i nuovi venuti venivano percepiti come coloro che venivano a sottrarre posti di lavoro. Non dobbiamo pensare infatti che l’industrializzazione abbia prodotto sempre occupazione. Prima di tutto perché si temeva sempre che potessero cessare i finanziamenti della Cassa e pertanto anche le aziende aprivano e poi chiudevano e non erano sempre una garanzia occupazionale. Veniva percepita anche come un pericolo la manodopera dei Castelli Romani o dei Comuni vicini e, questo avveniva nell’agricoltura, fu contestato spesso anche l’ufficio del lavoro perché concedeva permessi per poter lavorare anche a chi non abitava ad Aprilia. Questo fu un tema che venne trattato anche in un paio di Consigli comunali di cui ho parlato nel libro. Siamo a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60. Sono stati dei momenti molto difficili che la comunità apriliana ha vissuto. Questo conflitto ha però avuto un rovescio della medaglia. Grazie proprio alla volontà di tenere fuori l’arrivo di altre persone che occupassero posti di lavoro, si iniziò a parlare di un’identità apriliana, di riconoscere dei confini entro i quali potersi collocare nell’ottica di difendere la città e i diritti dei suoi lavoratori”.
Oggi questo sentimento industriale esiste ancora o si è perso? Quale sarà il futuro di questa città?
“Questa domanda si dovrebbe rivolgere ad un politico o ad un imprenditore. La mia ricerca si ferma al 1970. Forse una similitudine con l’oggi potrei trovarla proprio in quest’ultimo periodo della mia ricerca. Nel 1970 il Comune di Aprilia era commissariato perché la classe politica apriliana non riuscì a trovare una sintesi per approvare il piano regolatore. Troppi interessi contrapposti e la mancanza di una visione comune fecero sì che la giunta Savian cadesse. Antonio Savian, era il sindaco. Venne il commissario che era tra l’altro il capo di gabinetto del prefetto dell’epoca. Venne ad Aprilia non solo per condurre il Comune fino alle prime elezioni democratiche, ma anche per completare la fase del piano regolatore. È una cosa molto pesante: se una classe politica non è in grado di svolgere uno dei compiti che la legge gli riconosce, è molto difficile pensare ad un futuro migliore per la città”.
Ma alla fine questi “operai” hanno portato ricchezza?
“Sicuramente le diverse provenienze regionali hanno portato dei grossi cambiamenti culturali e politici. Ad Aprilia, nel primo dopoguerra, si impone la democrazia cristiana con una schiacciante maggioranza, il sindaco era appunto Carboni. Successivamente vince il movimento sociale con Andreoni, quindi con una schiacciante maggioranza di destra. Ricordiamo che nel 1946 il movimento sociale non c’era, quindi molti esponenti moderati, se vogliamo chiamarli così, si presentarono sotto la democrazia cristiana. Nel 1956 succede una cosa molto particolare, che fa di Aprilia anche una realtà molto diversa rispetto alla provincia di Latina. Si impone un Sindaco socialista e vince una coalizione socialcomunista che governerà quasi ininterrottamente fino al 1964. Quasi ininterrottamente perché diciamo che ci furono dei momenti di forti contrapposizioni. Però ecco, lasciando un attimo le contrapposizioni da parte, diciamo che questa vittoria dello schieramento progressista, oggi lo chiameremo di centrosinistra, era il riflesso di quello che fu l’arrivo dei marchigiani ad Aprilia. Questo è un argomento che verrà sviscerato abbastanza bene nel libro. I marchigiani spostarono il voto verso sinistra e determinarono le scelte politiche cittadine per quasi dieci anni”.







