Bullismo: il caso del ragazzo che ha lanciato le molotov ad Aprilia apre a una riflessione profonda

interviste al dirigente scolastico Viviana Bombonati dell’istituto Rosselli dove è avvenuto il fatto, a Sonia d’Alessio autrice del libro “Storie di Bulli”, e incontro con Francesca, una ex bambina bullizzata.

Viviana Bombonati

di Rita Chessa

“Non facevano altro che dirmi che ero brutta. L’hanno fatto alle elementari, alle medie, nei primi anni del liceo.” Mi confida Francesca, ex bambina bullizzata. “Probabilmente lo ero davvero se ogni volta che cambiavo scuola succedeva la stessa cosa. Vivevo con il terrore di entrare in classe, di rivolgere la parola a qualcuno, la ricreazione per me non era una pausa rigenerante, ma un vero e proprio incubo. Si mettevano in cerchio, intonavano canzoni di insulti, facevano finta di spaventarsi al mio passaggio, stilavano classifiche umilianti dove mi mettevano all’ultimo posto. Per anni ho pensato al suicidio, per fortuna la mia famiglia è sempre stata amorevole con me e anche se non ho mai detto loro cosa succedeva a scuola, il fatto che mi volessero molto bene mi ha aiutata a non compiere gesti estremi. Poi sono cresciuta e con lo sviluppo sono diventata una bella donna, ma mi è rimasta dentro la dismorfofobia, la paura di non piacere. Quelle vessazioni mi sono rimaste dentro ed hanno condizionato la mia intera esistenza. Credo che se all’epoca ci fosse stato Internet questa sofferenza sarebbe quintuplicata: un tempo potevi cambiare istituto, città, ricostruirti una identità. Il web invece ti segue, il cyberbullismo non lascia scampo.”

A dicembre ad Aprilia un ragazzo di 15 anni ha lanciato tre molotov perfettamente confezionate, in classe. Viene alla mente ciò che accadde nel 1999 nella scuola Columbine High School nella quale due ragazzi armati di fucile entrarono nella loro scuola e uccisero 12 studenti e un insegnante per poi suicidarsi. Ma è solo un’associazione di idee: “Non abbiamo avuto alcun segnale che potesse far pensare ad una reazione simile” mi dice Viviana Bombonati dell’Istituto Rosselli dove è avvenuto il fatto. Siamo una scuola molto attiva nella lotta a questo fenomeno e devono coesistere delle condizioni per poter parlare di bullismo: la presenza di una vittima e di un carnefice (o più di uno) deve essere un’attività reiterata nel tempo, è qualcosa che somiglia allo stalking, ma con un “pubblico che assiste”: il bullo, umiliando la sua vittima davanti agli altri, afferma il proprio ego. In alcuni esperimenti di psicologia sociale hanno constatato che non si verificano atti di bullismo se vittime bulli sono isolati dal resto della classe. Siamo profondamente addolorati per ciò che è successo con il ragazzo: nulla giustifica una reazione simile, ma forse in questo caso il disagio andrebbe ricercato fuori dalla scuola. Dovrà affrontare un iter estremamente duro e difficile e ci chiediamo continuamente cosa avremmo potuto fare per impedire tutto questo, ma non c’erano segnali, è stato tutto completamente inaspettato, siamo rimasti spiazzati. Dopo il fatto abbiamo organizzato un incontro con delle associazioni di psicologi, una di queste collegata con il Miur e abbiamo intenzione di proseguire verso questa direzione.

Sonia D’Alessio, insegnante, autrice del libro “Storie di Bulli” è convinta che è fondamentale una collaborazione armonica e una comunicazione costante tra scuola e famiglia, spesso in competizione. “Noi professori ci troviamo spesso a dover affrontare l’aggressività dei genitori. Ci sono fasi della vita estremamente delicate ed è fondamentale costruire l’orientamento dei ragazzi: orientamento inteso come vera e propria disciplina della conoscenza del sé. Gli adulti, genitori e insegnanti, devono imparare a riconoscere i segni del disagio. Le parole sono un’arma potentissima, bisognerebbe focalizzarsi sulle emozioni del singolo. Io lavoro moltissimo ogni giorno per creare un’atmosfera serena in classe, mi avvalgo della risoterapia. Uno dei miei progetti si chiama “I like me” e ha l’obiettivo di rendere consapevoli i ragazzi che la percezione che abbiamo di loro stessi non deve essere condizionata da ciò che pensano gli altri. Potenziare l’autostima dei ragazzi è la chiave per poter costruire un tessuto positivo su cui continuare a lavorare. Probabilmente andrebbe rivisto il nostro sistema scolatisco, magari ispirandoci a differenti modelli come quello finlandese e ipotizzare veri e propri cambiamenti anche di tipo strutturale: magari più laboratori e meno aulee prigione.